Il valore della memoria

1 January 2026
Dacia Maraini. Foto Alessio Jacona - Flickr


Libro
La memoria - diceva il filosofo Henri Bergson - è la nostra coscienza. Senza memoria siamo avulsi dalla vita. Si stratifica in noi nel tempo. Materia misteriosa, proteiforme, essa non ubbidisce alle regole della logica razionale, appare e scompare, ci sorprende quando meno ce l'aspettiamo, ma talvolta può anche eclissarsi. In tempi in cui l'attenzione scivola rapidamente sotto la pressione dell'informazione di massa e la memoria storica su fatti ed eventi passati fatica a restare a galla, l'idea che abbiamo bisogno di più storie e meno informazioni acquista un peso specifico. notevole. Le storie aiutano la nostra memoria, i dati no. Ludovico Ariosto diceva che la vera Storia, quindi la memoria di chi siamo stati, la fanno i poeti, ricordiamo come raccontiamo. Singolare che la parola Storia e storia (intesa come narrazione) coincidano. Se smettiamo di raccontare, smettiamola anche di ricordare. Ci sono dei momenti nella vita in cui l'urgenza di raccontare un'esperienza diventa insistente e non solo per una questione personale quanto per il valore della testimonianza che tale esperienza significa. Sono diversi anni che penso di raccontare la prigionia di mia madre nel campo di concentramento di Dire Dawa, in Etiopia, e gli anni della guerra a Roma. Quando era in vita, la sollecitavo a scrivere le sue memorie per il futuro, per le giovani generazioni di oggi e di domani, perché quando il tempo passa e la Storia si allontana dalle loro vite, testimoniare diventa cruciale. Recentemente la pubblicazione di Vita Mia di Dacia Maraini ha nuovamente riacceso il mio proposito di raccontare le vicende vissute da mia madre. Ho conosciuto Dacia per la prima volta nel 1997 a Santarcangelo di Romagna, era la mia prima di una serie di interviste fatte all’autrice nel corso degli anni. In quell’occasione era ospite della Biblioteca di Santarcangelo, diretta allora da Donata Mancini, dove presentava il libro autobiografico Bagheria, in cui la città siciliana fa da sfondo a fatti e vicende familiari e collettive. Quella sera tra il pubblico c’era anche mia madre che pose a Dacia una domanda: “C’è un libro che vorrebbe scrivere e che non ha ancora avuto il coraggio di scrivere?” e l’autrice rispose: “Sì, il libro sull’esperienza nel campo di concentramento in Giappone” Quel libro è diventato Vita mia (Rizzoli, 2024). Un breve e intenso resoconto dell'esperienza in Giappone durante la seconda guerra mondiale.

VALENTINA - Cara Dacia, Vita Mia ha fatto riemergere i ricordi di mia madre, anche lei ha vissuto l’esperienza del campo di concentramento in Etiopia con numerose assonanze alla sua testimonianza: la fame, le malattie, le strategie di sopravvivenza. A proposito di queste lei parla dei suoi genitori come di persone-libri che le facevano scuola e le raccontavano i grandi libri della letteratura: Pinocchio, Alice nel paese delle meraviglie… Nella storia della letteratura di sopravvissuti alla guerra e ai campi di concentramento, la letteratura e le storie giocano un ruolo molto importante. C'è un bellissimo libro curato da Zgustovà, Monika: Dressed for a Dance in the Snow. Women’s voices from the Gulag? Zgustovà intervista, tra le altre, Galina Stepanovna Safonova, figlia di una scienziata condannata ai lavori forzati per non aver denunciato un collega. Galina cresce nello spaventoso gulag nel freddo gelido della Siberia, non conosce altri mondi all’infuori di quello ed è per questo che le altre donne recluse si danno un gran da fare per realizzare di nascosto bambole di pezza e libri cucendo stoffe scritti con il poco inchiostro a disposizione ricorderà: “quando ero piccola questi libri erano il mio unico riferimento culturale, li ho conservati per tutta la vita, sono il mio più grande tesoro. Ciascuno di essi mi ha reso felice. Dove risiede il potere intimo e profondo delle storie, del racconto, della parola, che, anche nelle situazioni più drammatiche, risultano sovversive e capaci di salvezza? 
DACIA- Il pensiero è fatto di parole che sono il nutrimento della mente. Per affrontare la realtà abbiamo bisogno del pensiero che ci faccia ragionare, capire, giudicare e per questo le parole ci danno respiro. Le parole, in genere, sono positive, ma è chiaro che le parole che portano dentro di sé emozioni estetiche ed etiche sono le più nutrienti. Ricordiamoci che anche quando non esisteva la scrittura esistevano le storie, i racconti, le fiabe, i rituali verbali religiosi e su quelle si costruivano le civiltà. 
VALENTINA - Scrivere questo libro deve essere stato doloroso, la memoria può esserlo soprattutto perché l’atto della parola diventa azione, materia viva. Qual è stato il momento in cui ha detto “ora devo farlo”? o “non posso più aspettare”. È l’urgenza del momento contingente o la percezione del passaggio del tempo? 
DACIA- Non c’è stato un momento preciso. Da anni sentivo questo bisogno che è diventato urgenza quando ho sentito circolare nel mondo nuove minacce di guerra. Ho capito che una testimonianza della guerra vissuta da una bambina stava diventando necessaria. 
VALENTINA - Scrivere del dolore in alcuni casi può essere catartico. Scrivendo Vita Mia è venuta a termini con alcuni degli aspetti più drammatici dell’esperienza in Giappone che per anni non era forse riuscita a elaborare interiormente? 
DACIA - La cosa curiosa, che non mi aspettavo, è che mentre scrivevo sono venute a galla delle memorie che evidentemente avevo cancellato o messo da parte. Scrivere è in effetti un'azione taumaturgica e anche una grande rianimazione della memoria. 
VALENTINA - Quando si condividono esperienze comuni, sebbene si possa appartenere alla stessa famiglia, la percezione, il ricordo di un'esperienza possono differire. Lei è la maggiore di tre sorelle, nel corso degli anni ci sono state delle differenze tra lei e le sue sorelle nel rievocare quei momenti vissuti insieme nel campo di concentramento? 
DACIA - Beh, sì, ma nel senso delle vocazioni e dei talenti. Mia sorella Yuki ha sempre avuto un talento musicale: suonava la chitarra, faceva ricerche sulla musica popolare, cantava avendo una voce bellissima. Mia sorella Toni è la storica della famiglia. Conosce tutti i dettagli storici della nostra vita e delle sue vicissitudini, che abbiamo attraversato. Scrive bene e ha un'ottima memoria. 
 VALENTINA - Oggi in tempi in cui guerre, persecuzioni, ingiustizie di ogni sorta, l’odio è uno dei sentimenti che rischiano di attecchire e ripristinare totalitarismi. Uno degli aspetti più edificanti del suo racconto è che nonostante l’esperienza del campo, lei abbia mantenuto dei rapporti di amicizia e rispetto con la popolazione giapponese. Cosa permette a una persona di trasformare il male, il trauma in una risorsa? 
DACIA - Non so cosa spinga a non farsi trascinare dal rancore e dall’odio. Il carattere nativo? Un’educazione al rispetto dell’altro? Lo sviluppo dell’empatia? In quanto al rapporto coi giapponesi devo dire che l’ho imparato proprio nel campo di concentramento. Mentre i guardiani erano crudeli e sadici con noi, la gente fuori, i contadini, la famiglia del tempio dove siano stati da ultimo, erano tutti dalla nostra parte. Non ci vedevano come nemici ma come povere persone imprigionate che soffrivano la fame. 
VALENTINA - Vorrei fare una riflessione sull’importanza della testimonianza e sul rapporto dei giovani con la memoria. Lei incontra spesso gli studenti delle scuole e che idea si è fatta sul loro rapporto con la memoria storica? Le generazioni di oggi e domani si stanno allontanando da quei fatti, al di là della scuola, chi o quali strumenti possono contribuire a tenere acceso l’interesse verso la memoria nell’era dell’informazione veloce e schizofrenica e dei social network? 
DACIA - Infatti trovo molta curiosità quando parlo di qualcosa che per loro è preistoria. Ma la sofferenza e il dolore attraggono l’attenzione di chi ne parla con serenità. Trovo comunque cosa grave che nella maggior parte delle scuole non si studi l’ultima guerra. Non perché sia proibito ma perché, dicono che non c’è il tempo per farlo. Ma secondo me c’è una reticenza, forse anche una paura di interferire con avvenimenti troppo recenti la cui interpretazione può suscitare le ire di qualche genitore. 
VALENTINA - Uno degli aspetti del suo libro per i quali sono molto grata e che ho molto apprezzato e sul quale credo valga la pena soffermarsi è l’idea della morte. (Io sono cresciuta in Sudafrica e ho vissuto più della metà della mia vita nel continente africano e ho imparato da piccola che la morte può essere vissuta diversamente da quella della mia cultura di origine.) In molti paesi asiatici, tra cui il Giappone, di cui parla, e anche moltissimi paesi africani, la morte è solo una tappa della vita, mentre nelle culture occidentali la morte è un’idea che spaventa. La morte è relegata al cimitero, mentre in molte culture africane, ad esempio, lo spirito dei morti vive ovunque. Crede che questo rapporto chiuso nei confronti della morte ci prevenga dal comprendere appieno alcuni aspetti della vita? Se sì, quali? 
DACIA - Il discorso sui rapporti con la morte sarebbe lungo e troppo filosofico per restringerlo in poche righe. Ma certamente sia per il Giappone che per alcuni paesi africani la morte è un momento di passaggio e i morti si ritrovano nei fiumi, negli alberi, nei fiori, nelle stelle. E non fanno paura, mentre da noi facilmente si trasformano in vampiri. 
VALENTINA - I libri, le storie, la poesia possono annientare i sentimenti meno nobili, lenire le ferite, aprire lo sguardo verso nuovi orizzonti, lei parla delle sue esperienze nelle carceri insegnando poesia, leggendo… e ancora una volta emerge il potere della parola, crede che oggi manchi la consapevolezza o si sottovaluti il ruolo che l’arte e la cultura possono svolgere nel plasmare il pensiero delle nostre società? Come invertire questo stato di apatia e indifferenza generalizzata da parte delle istituzioni?
DACIA - È difficile rispondere a questa domanda. Sinceramente non so da dove nasca questa apatia di cui lei parla. Azzardo qualche ipotesi: la paura crea paralisi. La paura della crisi economica, la paura dell'immigrazione incontrollata, la paura delle malattie che hanno dimostrato recentemente la loro forza incontrollabile. Certamente stiamo vivendo un periodo di stasi mentale. Non è un caso che la ragione venga dileggiata. Si torna alle oscurità dell’animo umano, alle fantasie nere, al millenarismo, alle attese dell’apocalisse, al non detto e al non pensato per affrontare il futuro. Come sempre dò ragione a Goya e al suo bellissimo disegno dell’uomo che dorme mentre uccellacci neri gli volteggiano intorno: IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI. ​