Palomar: la direzione della scrittura

Immagine Saggio
Dovendo pensare al “luogo” da cui prende le mosse la scrittura, non ho dubbi ad affermare che essa nasce da una mancanza, da un vuoto, da un’assenza e che la sua direzione è continuamente alimentata da una miopia. Miopia dal greco mýops composto da mýo (chiudersi) e ops (occhi), è un difetto della vista che non consente a chi ne soffre di mettere a fuoco oggetti lontani. La miopia che prendo in considerazione qui è quella di Palomar, il personaggio dell’omonimo libro di Italo Calvino, anch’egli affetto da miopia. Uomo di mezza età, un po’ nevrotico, migrabondo, Palomar viaggia, si sposta in continuazione dentro e fuori la città, cerca, è curioso. Vuole capire il mondo in cui vive, cogliere le forze che concorrono nel creare ogni cosa che ha forma come ad esempio un’onda, o un filo d’erba e persino i comportamenti umani come quando ci si morde la lingua. Per cogliere l’essenza di un fenomeno vasto, data la sua miopia, Palomar deve avvicinarsi, deve restringere il suo campo visivo, considerare l’uno per spiegare il tutto. Mi è parso, tuttavia, di leggere la miopia di Palomar come metafora della scrittura in quanto arte dello svelamento. Lo scrittore è come il rabdomante, cerca la fonte sommersa per portarla alla superficie, cerca qualcosa che sta sotto di lui, nascosto, che scorre sotto la terra e che solo il suo talento divinatorio saprà portare alla luce del sole. La sua spinta iniziale nasce da un desiderio, ovvero da una mancanza che lo scrittore colma procedendo in una condizione di quasi cecità. In “Mondo scritto, mondo non scritto”, Calvino scrive: nella mia esperienza la spinta a scrivere è sempre legata alla mancanza di qualcosa che si vorrebbe conoscere e possedere, qualcosa che ci sfugge. A sostenere questa condizione di ipovisione come cuore dell’esperienza dello scrivere è la scrittrice Hélène Cixous, che descrive la scrittura come un “tentativo di vedere”, e ancora “la sensazione di scrivere sempre nell’oscurità, in una cecità che non è cecità fuorviante ma cecità che conduce.” Se, dunque la cecità è una via, può anche essere un punto di osservazione. Persino la scrittrice Lalla Romano, diventata completamente cieca negli ultimi anni della sua vita, continuava a scrivere su dei grandi fogli, sosteneva che la cecità era un nuovo punto di vista. La miopia di Palomar è pertanto, l’esperienza della ricerca, incarna il desiderio di colmare un vuoto, obbligando ad avvicinarci alle cose per metterle a fuoco, per farle emergere alla sua percezione. Tornando all’idea della scrittura intesa come un tentativo di vedere, vengono in mente diversi scrittori e opere in cui il non vedere assurge a metafora dello scrivere. La prima immagine che viene in mente, in questo caso si tratta di una metafora letteraria, è l’incipit de “Il Castello” di Franz Kafka: Era sera tarda quando K. arrivò. Il paese era sprofondato nella neve. Il colle non si vedeva, nebbia e tenebre lo circondavano, non il più debole chiarore rivelava il grande castello. K. sostò a lungo sul ponte di legno che dalla strada maestra conduceva al paese e guardò su nel vuoto apparente. La situazione dello scrittore di fronte alla pagina bianca è proprio come quella di K. quando arriva in prossimità della fortezza. La meta si staglia dinnanzi a lui, ma non può vederla in quanto coperta di nebbia e tenebre. Neppure lo scrittore riesce a vedere la sua destinazione, tutto è nebuloso, tutto è oscuro, tutto è affidato a variabili che lui stesso ignora. Ecco il tema della metamorfosi, ricorrente in tutta l’opera calviniana, per cui ogni cosa che sta fuori e dentro noi muta forma nel momento in cui i nostri sensi la percepiscono e l’immaginazione è impegnata ad elaborarli. Al di là della finzione letteraria, Henry James asseriva che lo scrittore lavora al buio. Una seconda immagine letteraria è quella che ci offre Dante nella “Commedia”: la “selva oscura”. Dante ha smarrito la via e sarà il poeta Virgilio, a mostrargli la “retta via”. Ancora una volta le parole, il linguaggio, nella figura del sommo poeta, mostrano l’uscita dall’oscurità. Un diverso tipo di buio è quello delle profondità marine, Virginia Woolf parla della scrittura come di un ventre equoreo, ovvero di un luogo impossibile da vedere stando sulla sua superficie, occorre percorrerlo per cominciare a vedere. Il buio, l’oscurità, l’abisso, sono i nomi che gli scrittori hanno spesso utilizzato per descrivere il percorso della scrittura. Questa associazione al mondo dell’ignoto è direi quasi organica essendo la scrittura l’arte del SÉ profondo. Lo psicoanalista e scrittore Micheal Ventura nel suo saggio “The Talent of the Room” sostiene che: lavorare con le parole non è come lavorare con il colore, con il suono, con la roccia o con il movimento. Il colore, il suono, la roccia e il movimento sono tutte attorno a noi, sono elementi naturali, lo sono sempre stati e coloro che lavorano con essi sono “servi” di questi materiali senza tempo. Le parole, invece, sono pure creazioni della pische umana. Ma torniamo a Palomar, miope e taciturno, che guarda per capire il mondo che lo circonda, e che in questo suo compito di osservatore se ne sta in disparte, usa le parole con misura perché per raccontare l’ordinario serve un lessico ficcante. Nel suo tentativo di vedere e capire, si rende conto di quanto ogni cosa sia mutabile e piena di variabili che non permettono di classificare singoli eventi come chiavi di lettura di un insieme più ampio, non riesce ad esempio, a fermare l’immagine dell’onda singola, nel primo episodio del libro, per estendere la conoscenza all’intero universo. Non riesce perché sopravvengono elementi improvvisi che modificano, trasformano il momento, l’esperienza. Ecco nuovamente un chiaro riferimento al tema della metamorfosi a cui già nelle “Lezioni Americane” Calvino dedica attenzione: anche per Ovidio tutto può trasformarsi in nuove forme; anche per Ovidio la conoscenza del mondo è dissoluzione della compattezza del mondo. Ma se la mancanza della vista è per Calvino la via della scrittura, il tema della mancanza, mancanza di un mondo che non esiste ancora, evoca anche l’idea della lacuna come una necessità nevralgica della scrittura stessa per sorreggerla. Seguendo Palomar nella sua erranza dentro e fuori la città, ho trovato due potenti metafore per raccontare il rapporto dello scrittore con la scrittura. La prima è data da “L’ordine degli squamati” in cui Palomar si reca al Jardin des Plantes di Parigi per osservare le Iguane nei rettilari. Sa che si tratta di animali “straordinari” ma c’è qualcosa che gli sfugge di queste creature preistoriche. Le guarda, le osserva a tal punto da rendersi conto che l’aspetto che lo sconcerta di questi rettili è il “troppo”, inteso come l’abbondanza, che incarnano: “l’iguana è ricoperta d’una pelle verde come tessuta di minutissime scaglie picchiettate. Di questa pelle ce n’è troppa: sul coloro, sulle zampe forma pieghe, borse, sbuffi, come un vestito che dovrebbe stare aderente al corpo e invece va giù da tutte le parti” poi continua a di scriverne la cresta dentata che corre lungo la schiena, e “le creste spinose sotto il mento, sul collo due placche bianche tonde come d’apparecchio acustico: una quantità di accessori e ammenicoli, rifiniture e guarnizioni difensive, un campionario di forme disponibili nel regno animale, troppa roba per trovarsi tutta addosso a una sola bestia, cosa ci sta a fare?” Ecco che l’avverbio “troppo” spicca in questa considerazione sull’aspetto dell’iguana. Tanto che Palomar si chiede: serve a mascherare qualcuno che si sta guardando da lì dentro?”. Analoga situazione potrebbe capitare ad un lettore che leggendo una storia in cui manca la lacuna, lo spazio del non detto, si chiedesse se essa non sia una maschera che cela qualcosa quand’essa presentasse una ridondanza di elementi tale da renderla priva di mistero e ininterrogabile. Il troppo che Palomar vede nell’iguana in letteratura non funziona. Per “troppo” si intende dire, raccontare e spiegare ogni cosa, annullare la possibilità dell’interrogazione. Il compito della letteratura non è quello di spiegare, né quello di avvalorare una tesi o un’altra, la letteratura è un esercizio di equilibrio tra il detto e il non detto dove quest’ultimo, se sapientemente occulto, anziché diventare un punto di debolezza costituisce, in realtà l’ossatura robusta di un testo. Ogni testo è sempre un incontro tra scrittore e lettore e il primo non può in nessun modo esautorare il secondo offrendogli un testo che lo esclude in virtù di quell’abbondanza. Ogni buona storia non ha mai carattere assoluto, finito, la storia non deve convincere il lettore di qualcosa, non ha il compito di dare delle risposte, né rassicurare. Lo spiega molto bene il narratore spagnolo, Javier Cercas in un brillante testo che riunisce le sue lezioni di letteratura tenute all’Università di Oxford intitolato “Il punto cieco”: alle volte non si tratta di non raccontare, bensì di farlo solo in parte, cioè, raccontare come se la narrazione non fosse del tutto comprensibile, o come se la intravedessimo a malapena attraverso la nebbia. Per uno scrittore la giusta misura che rende una storia efficace, è notoriamente spiegata dalla teoria dell’iceberg formulata da Ernest Hemingway: secondo questa teoria la storia che lo scrittore scrive costituisce l’iceberg, tuttavia la storia finale che arriva al lettore rappresenterebbe solo il venti per cento dell’intero iceberg, ovvero la parte che emerge dall’acqua, ma lo scrittore dovrà conoscere il restante ottanta per cento affinché quel venti per cento emerga in tutta la sua maestria. Una storia deve avere una lacuna perché possa parlarci. Sarà il lettore nel suo relazionarsi e conversare con l’autore o i personaggi a colmare quella lacuna con la propria esperienza, con la propria coscienza, con le proprie domande e i propri dubbi. In questa critica all’abbondanza Palomar assomiglia un po’ ad Amilcare Carruga, protagonista de “L’avventura di un miope” da Gli amori difficili, che ad un certo punto sente la vita perdere sapore a causa della sua miopia. Acquisita la vista grazie ad un paio di occhiali, l’esperienza si rivela un difetto più grande dal momento che la quantità di cose che riesce a vedere sono troppe tanto da annullare il senso della vista e quindi forzato a scegliere tra quello che è utile e necessario vedere e quello no. Lo scrittore si muove con altrettanta cautela facendo attenzione a non indossare maschere che occulterebbero la verità della storia che sta raccontando. ​La seconda metafora a cui ho pensato per celebrare la lacuna a sostengo della scrittura, è offerta da Il fischio del merlo in cui Palomar ascolta il verso del merlo. È estate e Palomar sta seduto in giardino a lavorare, forse non lo sa ma Palomar ha la fortuna di lavorare dove vuole, sicuramente con il naso tra un mucchio di carte. Eppure la sua attenzione è completamente assorbita dal canto degli uccelli, in particolare da quella che lui pensa essere una conversazione tra due merli che lui riconosce molto bene da quello delle altre specie, avendo somiglianza con quello degli esseri umani. Palomar ascolta e non può fare a meno di notare che tra un fischio e l’altro del merlo intercorre una lunga pausa, a tal punto da chiedersi se “fosse nella pausa e non nel fischio il significato del messaggio”? A questo punto il forastico Palomar si perde in speculazioni: se l’uomo investisse nel fischio (essendo uguale a quello del merlo) tutto ciò che normalmente affida alla parola e se il merlo modulasse nel fischio tutto il non detto della sua condizione d'essere naturale? Palomar spera sempre che il silenzio contenga qualcosa di più di quello che il linguaggio può dire. Nella poesia i silenzi, le pause, gli spazi bianchi tra le parole mettono in risalto il senso, l’emozione che ha generato la poesia stessa. Le parole scelte con cura possono mettere in risalto ciò che non appare nel testo. La lacuna, lo spazio tra le parole è il luogo del non detto, dove lo scrittore decide di non dire e non dare al lettore tutto. Lo spazio bianco, nullo, non è un’assenza, poiché esiste. A questo proposito viene in mente “Il rumore sottile della prosa” Giorgio Manganelli, in cui lascia nel suo testo una riga bianca che ha volutamente deciso di non scrivere e che non rappresenta un’assenza poiché è visibile, esiste e in quanto tale afferma la volontà dell’autore di non dire. Per Calvino c’è il mondo scritto e il mondo non scritto. Il mondo scritto è quello che leggiamo, il mondo non scritto si trova all’inizio e alla fine di ogni atto di scrittura: i margini della pagina. Il mondo non scritto non è quello che deve essere ancora scritto, bensì è il silenzio, il non detto che esalta ciò che è stato detto.