Scrivo a forza di tacere. Assia Djeba
Da poco più di una settimana il governo talebano in Afghanistan ha promulgato una nuova legge che condanna ulteriormente le donne al silenzio e all’invisibilità. Oltre a non poter accedere al sistema educativo, non possono parlare in pubblico, recitare poesie, cantare e il loro corpo deve essere interamente coperto. Non hanno, inoltre, la possibilità di accedere ai parchi pubblici, di giocare, di muoversi nel paese o prendere un mezzo pubblico se non accompagnate da un guardiano maschio, di viaggiare e nemmeno di usufruire di borse di studio per l’estero.
Un fatto grave, intriso di profonda cupezza che ha annullato in poche righe scritte da un governo che mira ad annientare il genere femminile, la libertà raggiunta dalle donne afghane negli anni Sessanta, in cui potevano studiare, indossare gli abiti che desideravano, viaggiare, ballare, ascoltare musica, entrare in politica.
Una nuova storia di silenzi imposti alle donne che fa riflettere sul silenzio abitato dalle donne, contro la loro volontà quasi ovunque e in ogni epoca. La mia riflessione volge il pensiero alle donne in letteratura, non solo in quanto autrici ma anche alle donne del mito e della narrativa che nonostante gli impedimenti hanno saputo in molti casi, uscire dall’invisibilità e affermare la propria voce.
Da sempre la letteratura è predominio indiscusso degli uomini, come negarlo. Le donne sono sempre state escluse, messe da parte, condannate a tacere, eterne belle addormentate, cenerentole private del “no”, derise e ritenute poco credibili, eppure sono state anche ribelli.
Mi viene in mente una coppia di terracotta ritrovata da un gruppo di archeologi a Cernadova in Romania. Le due statue si chiamano “Il pensatore” e “La donna seduta” e testimoniano un insediamento neolitico risalente a settemila anni fa. Non passa inosservata la descrizione polarizzata di queste due statue che vedono l’uomo nell’atto del pensare e la donna in quello di moderna casalinga e nutrice. Un ruolo attivo e uno passivo.
Spinte da uno sconfinato desiderio di rivendicare uno spazio a loro negato, quello della parola, ma anche quello del pensiero, hanno escogitato con tenacia modi per sottrarsi al silenzio ponendo fine a quel ruolo imposto di custodi delle soglie perennemente in attesa, ma attraversandole per incontrare il mondo.
"Scrivo a forza di tacere" Assia Djebar.
Se guardiamo alla mitologia, essa trabocca di donne che perdono la parola in seguito a una trasformazione o a una mutilazione. Alle molte che restano mute per sempre, basti pensare ad Eco o a Clizia, altre si ribellano al punto da escogitare un linguaggio diverso, che le permetta di esprimersi. Tra queste spicca risoluta il personaggio di Filomela, nel VI libro delle Metamorfosi di Ovidio. Filomela è sorella di Progne stuprata dal cognato Tereo, re di Tracia, il quale per evitare che racconti l’accaduto alla sorella, le taglia la lingua. Si tratta di una esperienza di castrazione linguistica intesa a far tacere la donna. Filomela resta orfana di lingua, intesa non solo come l’organo ma anche come idioma. Da una parte c’è la mutilazione della donna nell’uso della parola, dall’altra c’è l’esilio dalla lingua comunemente chiamata “madre” e la nascita in una nuova lingua legata ai fili: la tessitura.
"Ma è grande
l’ingegno del dolore: nelle disgrazie si è astuti. Appende al telaio una tela barbara,
e intreccia sul filo bianco segni purpurei,
denuncia del delitto, e la consegna alla fine
ad una serva, pregandola a gesti di darla alla regina. Lei esegue l’ordine senza sapere
quello che porta."
Ma partiamo dalla prima declinazione di questa storia. A Filomela viene impedito di comunicare con sua sorella per paura che denunci l’atto di violenza subita. Tuttavia, la forza insita nella donna sta nella sua volontà a superare il limite imposto, quello della lingua mozzata. Supera questo limite inventando un diverso modo di comunicazione, attraverso il ricamo, la tessitura. È utile ricordare che che la parola latina texere dà origine a testo. Quando ricama-tesse sulla tela l’evento accaduto e lo fa recapitare alla sorella, lei riesce a riparare lo strappo (della lingua), il telaio è infatti il simbolo della riparazione dell’offesa subita. Mentre nella Grecia antica, la tessitura era considerata una condanna per le donne, qui l’atto del tessere, diventa rivoluzionario.
Tenuta a debita distanza dalla scena politica e culturale, la donna tesseva al riparo delle mura di una stanza. Nell’opera “Lysistrata” di Aristofane, un marito risponde alla moglie che lo interroga sugli affari pubblici: "Questo non ti riguarda, taci o ti prendo a schiaffi .Tessi la tua tela." Nell’ “Iliade”, Ettore si rivolge all'amata Andromaca: " Su, torna a casa, e pensa all’opere tue, telaio, e fuso"; stessa sorte tocca a Penelope per bocca di Telemaco. Era questo che facevano le donne dell’antichità, tessevano. In alcuni casi eccezionali, il filo e la tessitura diventano, declinati sempre al femminile, come potenti strumenti capaci di regolare il destino degli uomini, basti pensare alle Moire che tessono tenendo in pugno i destini degli uomini o ad Arianna che usa un filo per guidare Teseo verso la salvezza.
Alla castrazione linguistica delle donne che nei miti ovidiani è rappresentata con una metamorfosi fisica, corrisponde nella realtà, una comunità di donne cinesi, in una provincia della Cina meridionale, la nascita di una lingua segreta, il nushu, attorno al IX o X secolo.
Costrette al silenzio da convenzioni sociali rigide ed escludenti, condannate all’analfabetismo e ai matrimoni combinati, ridotte in schiavitù da mariti e suocere, le donne della contea di Jianyong hanno inventato il nushu (letteralmente “scrittura delle donne”). Una lingua tramandata di madre in figlia per secoli che, secondo alcune studiose, avrebbe contribuito anche al declino dei suicidi femminili nella regione.
Per restare segreta e indecifrabile essa veniva ricamata su ventagli, abiti, grembiuli, coperte, scialli e fazzoletti. All’infuori di questa comunità di donne, nessuno conosceva il significato di quegli eleganti segni dalla forma allungata, ritenendoli semplici motivi decorativi. Cosí, per centinaia di anni le donne dello Jianyong comunicavano segretamente siglando in quella lingua il senso del laotong, ovvero di sorellanza accomunate da uno stesso destino.
Dietro la nascita di questa lingua, come dietro alla tela di Filomela, c’erano storie di sofferenza, di proibizioni, privazioni, rinunce, la più grande quella della libertà.
Alle neo spose cinesi veniva donato dalle amiche un diario che oltre a contenere auguri di una vita felice in cui siglavano il loro essere compagne, aveva delle pagine bianche che servivano alle destinatarie per scrivere le loro emozioni, i loro canti e poesie, uno spazio in cui sentirsi anche solo segretamente, libere di essere se stesse.
Si legge in alcuni di questi “diari” lo sfogo che, attraverso la parola scritta, poteva alleggerire il carico della loro pesante vita costretta entro regole rigide:
“Le mie cognate mi disprezzano
Da mangiare ho solo un po’ di crusca
Con dell’acqua per farne una minestra
Mi costringono a fare tutto il lavoro domestico Ma il mio stomaco è vuoto.”
“Mio marito scommette al gioco
Mi dimentica per andare alle bische. Ne ho abbastanza di soffrire
Quando mi picchia e non posso fuggire Ho cercato di impiccarmi
Ma gli zii mi hanno riportato in vita”
Come Filomela che tesse l’offesa subita perché arrivi alla sorella, così le donne cinesi del Jianyong ricamavano il loro pianto usando la parola segreta come forma di resistenza al silenzio imposto. Di fronte a tanta forza d’animo e audacia, vengono in soccorso le parole di un altro grande personaggio della letteratura, Orlando. Protagonista dell’omonimo romanzo di Virginia Woolf, quando sbarca in Inghilterra da donna, dopo la metamorfosi avvenuta nel sonno, osserva il mondo che prima credeva di conoscere in quanto uomo, in modo diverso. Si rende conto di come viene ritratta e percepita la differenza tra i sessi, si fa una idea di quanto la donna sia imprigionata da un sistema di convenzioni, da lei ci si aspetta che sia ignorante, silenziosa e ubbidiente: ignoranti e povere come siamo in confronto all’altro sesso, mentre loro provvisti di ogni arma, ci negano perfino la conoscenza dell’alfabeto.
Dopo il suo viaggio a Costantinopoli, Orlando acquista consapevolezza che la parola, la scrittura, la poesia può distruggere più d’un’arma da fuoco: il compito del poeta fa si che le parole arrivano là dove le altre non riescono. Una sciocca rima di Shakespeare ha fatto più per il povero e il disgraziato che non tutti i predicatori e i filantropi del mondo. Questo punto è importante perché Orlando ci sta dicendo che la parola è il primo strumento politico che abbiamo a disposizione: dobbiamo plasmare le nostre parole fino a farne il rivestimento più sottile dei nostri pensieri.
Non è azzardato affermare che l’afasia linguistica delle donne è il luogo da dove nasce la scrittura. La scrittura nasce da un silenzio, sempre e per tutti, ma per le donne quel silenzio è ancora più profondo, perché costretto, imposto, subito.
Quando la scrittrice algerina Assia Djebar dice che scrive a forza di tacere, si sta riferendo alle sue culture originarie, quella berbera e quella musulmana ma anche a quelle delle altre donne. La parola per Djebar nasce dall’afasia di tutte le madri che la cultura imponeva alle donne, l’unico caso in cui la donna poteva parlare era quando si alleava al logos paterno. Lo spazio autonomo della parola, governato dal pronome IO, non era considerato uno spazio abitabile dalla donna, eppure Assia Djebar quello spazio lo rivendica, e lo fa innanzi tutto attraverso la scrittura che lei considera una strada da aprire, sottraendosi al non detto. La scrittura per come atto di sopravvivenza per correre, perché come ricorda la poetessa Audre Lorde, la parola è azione proprio come il camminare, è movimento capace di creare il percorso da cui le donne sono state escluse per troppo tempo.
Se guardiamo alla biografia delle donne che hanno scritto in un mondo dove la cultura e la letteratura sono stati dominio degli uomini, è stato spesso chiesto loro di doversi giustificare per quell’atto di creazione da sempre dominio maschile, oppure di nascondersi se non fisicamente nel quotidiano dietro uno pseudonimo che non lasciasse trapelare la loro vera identità. La donna in letteratura è sempre stata ‘accusata’ di essere autoreferenziale, di scrivere attingendo dalla propria “minuta” storia personale come se questo ne diminuisse il prestigio letterario agli occhi della critica e del lettore eppure se guardiamo alla storia della letteratura scritta da uomini non si è mai posta la questione sul fatto che scrivessero in prima persona.
La parola delle donne è spesso rimasta confinata tra le pagine di una lettera o di un diario. Eppure sebbene nato per restare segreto, il diario ha raccolto voci di donne che hanno sentito il bisogno attraverso la pagina bianca di venire a capo della propria vita incastonata in una montatura “perfetta” che negava loro la libertà di scegliere per sé un destino diverso. Sfuggire al determinismo a cui la storia maschile le ha condannate fin dall’inizio, era possibile solo con lo strumento della parola, purché restasse privata. Un bellissimo esempio è Quaderno proibito di Alba De Cespedes che racconta la storia di Valeria una donna di quarant’anni nell’Italia del dopoguerra la quale decide di tenere un diario su cui annotare ricordi, sogni e desideri. Il tempo sottratto alle incombenze dei ruoli femminili convenzionali è un tempo prezioso per Valeria che non vuole essere scoperta dai suoi familiari in quell’atto privatissimo che è la scrittura del suo diario, l’unico spazio in cui può finalmente essere realmente autentica. Un diario che deve restare segreto e a cui lei deve continuamente trovare un nascondiglio giusto perché non venga trovato da suo marito o dai suoi figli perché la sola idea che una madre e una moglie potessero avere un diario segreto non era impensabile.
Il libro di De Cespedes è certamente un grido attraverso cui rivendica lo spazio della parola per sé e per tutte le donne. Il sentimento di Valeria riecheggia inevitabilmente nelle parole di Livia in “La ragione degli altri” di Pirandello quando dice: Non sento come mia la mia voce...un tono che mi sembri giusto. Ho troppo, troppo taciuto.
Nonostante il pregiudizio, la discriminazione, l’indifferenza del mondo maschile, le donne hanno continuato a scrivere attraverso la scrittura a camminare. Da Enheudanna (2286-2251 a.C.), la prima donna scrittrice a firmare un’opera dell’ingegno col proprio nome a Christine di Pizan (1365-1430), nata Cristina da Pizzano a Venezia, che all’età di venticinque anni ormai residente in Francia, rimasta vedova con tre figli decide di non risposarsi e di dedicarsi alla scrittura diventando la prima scrittrice in Europa retribuita. Sostenitrice della parità morale e intellettuale scrive un libro importantissimo: La città delle dame, che nasce con l’intento di raccontare la storia delle donne e l’idea del mondo attraverso le grandi figure fondatrici della storia e della mitologia: guerriere, sante, da una prospettiva femminile. L’opera inizia con la costruzione di una città che sarà abitata esclusivamente da donne che metaforicamente allude a una decostruzione della tradizione maschile. La città di Christine è lo spazio della parola femminile, di un Io soggetto che ribalta la narrativa sulle donne fino ad allora di dominio maschile.
Pensando alle donne che nei secoli successivi hanno rivendicato quel pronome, diventando voce sottraendosi al silenzio, Veronica Franco, Wang Yun, Rahimunnessa, Mary Wallstonecraft, Mary Shelley, Mwana Kupona, Virginia Woolf, Grazia Deledda, Sibilla Aleramo, Matilde Serao, Alba De Cespedes e tante altre, mi riporta alle donne afghane. Il senso di impotenza che pervade i nostri animi in questi giorni non può lasciarci indifferenti. È importante non dare mai per scontata la libertà che abbiamo e, soprattutto, è importante educare i nostri figli/e e studenti/esse al rispetto e alla difesa dei diritti delle donne (e non solo, ovviamente) in ogni contesto, a partire dalla famiglia, dal quartiere, dalla comunità. Anche se fattualmente non possiamo raggiungere quelle sorelle lontane, possiamo partire dal nostro nucleo familiare perché non accada mai più in nessun luogo che una donna non possa sentirsi libera di scegliere per sé la vita che desidera. Come ci ricorda il filosofo greco Ierocle, secondo il principio dell'oikeiôsis, siamo tutti in relazione, nessuno è separato dagli altri, al di là di qualsiasi nozione di confine.
Foto: Il pensatore e la donna seduta. Cernadova (Romania)