Lettera a uno studente

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Caro Studente, Ti scrivo questa lettera perché c’è una questione che mi disturba e inquieta profondamente in questi giorni di caos generalizzato e incertezza, e so che l’argomento di cui ti sto per parlare è oggetto di riflessione anche tra i tuoi compagni. Si tratta della messa al bando dei libri che pare una pratica ampiamente diffusa. Da dove cominciare? Potrei cominciare prendendo le distanze dal presente, ripercorrendo indietro nel tempo le tappe che hanno visto civiltà condannare, censurare, bruciare i libri: dai roghi pubblici dei pretori dell’antica Roma, agli Inquisitori della chiesa cattolica fino ai Bücherverbrennungen dei nazisti. Invece di farti un excursus di date ed eventi voglio rifarmi alla letteratura per raccontarti quanto i libri abbiano intimorito autocrati tanto da volerli cancellare dalla memoria collettiva. Ho scelto un racconto di Jorge Luis Borges, lo scrittore argentino che alla domanda di come si immaginava il paradiso rispose che se lo immaginava come un’enorme biblioteca. Se esistesse un aldilà, non ho dubbi che anche a me piacerebbe che fosse un luogo colmo di libri. Quanto amore doveva avere per i libri e quanto aveva capito del loro potere ,quello stesso Borges che pur avendo precocemente perso la vista, non ha mai smesso di leggere! Il racconto si intitola La muraglia e i libri, lo troverai nella raccolta Altre Inquisizioni, è probabile che te ne abbia parlato in una delle nostre lezioni. Lo scrittore mette in relazione l’impresa di edificare una muraglia con la distruzione di libri. Vi si narra la storia dell’imperatore cinese Shih Huang Ti che decide di innalzare la Grande Muraglia ma anche di bruciare tutti i libri scritti prima di lui, in modo da far partire la Storia da lui, condannando “coloro che adoravano il passato”. I due eventi non sono casuali, hanno, anzi, una stretta correlazione, i muri separano e isolano, i libri sono ponti che collegano. I primi nascono come simbolo di chiusura e protezione, i secondi come simbolo di apertura e diffusione del sapere. Con questo racconto Borges ci fa riflettere sulla pericolosità delle due imprese dell’imperatore cinese: costruire muri significa isolarsi, creare un nemico, negare l’altro, ardere libri significa annullare la storia, il passato. Quando penso al pericolo che corrono i libri ogni volta che si affermano idee di supremazia, controllo, figlie dell’ignoranza e dell’ottusità, mi torna in mente la realtà distopica narrata da Ray Bradbury in Fahrenheit 451, in cui l’autore immagina una società dove i libri vengono bruciati. Pensare che quella realtà distopica non è poi tutta fantasia, bensì una realtà che sembra più reale che mai oggi e, non solo come sarebbe facile pensare, in quei paesi governati da regimi autoritari bensì anche in quelli che vengono assunti (nell’immaginario comune) a modello di democrazia, fa rabbrividire. Leggere è innanzitutto un atto di curiosità. Non lo pensi anche tu? L’uomo che è costretto a uscire dalla caverna si rende conto che sulla superficie c’è un mondo di cose cosí diverse da quelle figurine a cui era abituato dalla nascita e la presa di coscienza di tale realtà non può che muovere la sua curiosità. In un libro accade la stessa cosa, ci affacciamo alle sue pagine con curiosità. Leggere però è anche un osare, un avventurarsi in qualcosa di nuovo, una rivoluzione perché si sta oltrepassando la soglia tra ciò che ci è noto e l’ignoto. Immagino sempre il lettore come un funambolo che cammina sulla fune e che quando si impaesa in libro (ho sempre amato questo verbo del filosofo Ortega Y Gasset), perde per un attimo l’equilibrio e prontamente lo ritrova. Nel mio caso, quando ciò accade, mi rendo conto che sto leggendo un buon libro. È un atto provocatorio, di insubordinazione, di ribellione. Ti è mai capitato di leggere un libro che la tua famiglia ti ha vietato di leggere o che è stato censurato dalla tua scuola o dal tuo paese? Ebbene se la risposta è affermativa, nell’uno o nell’altro caso, allora vuol dire che ti sei ribellato allo status quo, ad una proibizione venuta da un’autorità. Hai sfidato un’idea ingiusta e hai scelto la libertà. Libertà di scegliere, di decidere, di farti un’opinione tua del mondo. La letteratura semina dubbi, innesta domande, indebolisce le certezze, mette in discussione i pregiudizi nella mente di chi legge. Leggere è anche un incontro con l’altro. Quando apriamo un libro, lo facciamo non per rivedere noi stessi tali e quali siamo, ma per fare un incontro nuovo qualunque cosa esso ci lasci. Leggere solo di noi stessi può rivelarsi pericoloso, lo affermava anche lo scrittore James Baldwin: finché leggeremo solo di noi stessi e staremo solo con altra gente come noi, non cresceremo, non impareremo mai. Nella vita reale è la stessa cosa. Quando facciamo un incontro, non sappiamo se ci sorprenderà, deluderà, appassionerà, ciò che conta è quel misterioso incontro con l’altro da sé che ci offre uno sguardo diverso su noi e sul mondo anche se non lo condividiamo, anche se è diverso dal nostro. L’idea che sia doveroso, per alcuni, cancellare intere pagine di letteratura in quanto offenderebbero il lettore per una serie svariata di motivi, è preoccupante. Ci sono gruppi di genitori e insegnanti negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Italia, solo per citare alcuni paesi, che hanno firmato petizioni per togliere dai programmi scolastici libri che a loro avviso non dovrebbero finire nelle mani dei loro figli e studenti. I motivi: “linguaggio sensibile”, scene di nudità e sesso, storie d’amore omosessuale, “violenza contro un gruppo etnico”, ‘incitazione alla stregoneria”, “oscenità, anticlericale” e così via. Di cosa hanno timore? Da cosa vogliono proteggere i loro figli che con uno smartphone possono accedere liberamente a ogni forma di contenuto dalla violenza alla pornografia? Ma è davvero proteggere mettere un paraocchi a qualcuno, impedendogli di vedere la pluralità del mondo? Non si tratta invece di controllare cosa possono o non possono pensare? La scuola e la famiglia sono due istituzioni che non hanno alcun diritto di “proprietà” sui ragazzi e il loro compito è di crescere individui responsabili capaci di pensare con la propria testa e esercitare il pensiero critico che oggi più che mai, sembra scomparso inondato da una standardizzazione e omologazione del pensiero. Anche se si trattasse di proteggerli, sarebbe una preoccupazione priva di fondamento perché il dolore fa parte della vita di ogni essere umano e l’incontro con la sofferenza, il male nelle sue forme più svariate ci permette di crescere. Ne sono la dimostrazione le fiabe. Non raccontiamo forse ai nostri figli piccoli fiabe con orchi, streghe, lupi cattivi, re sanguinari? Quelle storie spesso crudeli che parlano di abbandoni, di foreste scure, di morti servono al bambino per mettersi in relazione alle possibilità del mondo in cui vive seguendo la vita dei personaggi, per comprendere che il bene e il male convivono nello stesso mondo, per trovare soluzioni e modi per affrontare i problemi e gli ostacoli della vita. Pensi che ci siamo scordati di questo aspetto, forse perché non si raccontano più le fiabe? Oggi viviamo nell’era dell’algofobia, la paura del dolore, di conseguenza cerchiamo di edulcorare la realtà, di stabilire concetti come politically correct per evitare il confronto, I nuovi censori sono quegli stessi che dicono che libri come Huckelberry Finn o Lolita non vanno letti perché ritraggono il razzismo e la pedofilia. Eppure queste storie sono importanti, Mark Twain era un abolizionista e condannava fermamente la schiavitù e nel suo romanzo ritrae la società americana dell’epoca dove vigeva la schiavitù anche attraverso una potente rottura con il linguaggio noto fino ad allora; Nabokov racconta di un amore malato, ossessivo e perverso come ne esistono nella realtà. Se qualcuno ti avesse detto che i libri consolano e distraggono, non ti avrebbe detto la verità. James Baldwin diceva che il compito dello scrittore è quello di turbare la pace. Non esci dalle pagine di Delitto e Castigo immune dalla compassione per Raskolnikov; non lasci Madame Bovary senza provare il disagio di Emma la cui vita è attraversata da un senso di insoddisfazione per essere così ordinaria e scialba accanto a un uomo pur buono ma privo di slancio creativo, finisce suicida; non chiudi l’ultima pagina di Anna Karenina senza aver provato insieme alla sofferenza per un amore impossibile. La lettura non ci lascia immuni da sentimenti, idee, pensieri, da preoccupazioni, sogni, paure, dalla vergogna. Un libro ci attraversa, ci scuote non senza lasciare un segno. Alcuni anni fa, un gruppo di femministe radicali spagnole aveva chiesto che certi autori, accusati di misoginia, venissero tolti dai programmi scolastici e dalle antologie. A che pro? Se dovessimo mettere al bando tutti i libri che non sono conformi al pensiero contemporaneo, con il raggiungimento di certi diritti, dovremmo bruciare secoli di opere letterarie cancellando migliaia di anni di storia dell’umanità. Cosa siamo senza passato? Senza storia? Che senso ha esaltare la conquista di certi valori e diritti oggi, senza sapere la strada che abbiamo percorso per arrivarci? È un po’ come nella vita, possiamo cancellare la nostra storia personale se ci ha fatto soffrire, se non era in linea con i valori del rispetto, dell’amore? No, non possiamo farlo. Veniamo da qualche parte, veniamo da una storia che non è solo la nostra ma anche quella collettiva. Gli esseri umani sono sempre figli del proprio tempo e sebbene molti in passato non si siano riconosciuti con i valori diffusi in quel momento, erano il prodotto di quella formazione e educazione. È fondamentalmente sbagliato pensare che un libro scritto cento anni fa debba essere letto con i valori del presente. Se continuiamo a leggere un libro scritto cento anni fa è perché riconosciamo in esso un senso universale che supera le coordinate spazio-temporali. A queste riflessioni c’è anche un altro aspetto che riguarda la messa al bando dei libri, ovvero quelli di autori della cui biografia sono circolate zone d’ombra che renderebbero problematica la lettura delle loro opere e il cui valore letterario viene ora messo in discussione. Su questo punto ho avuto molto da riflettere, anche recentemente, da quando alla morte della scrittrice Alice Munro, la figlia avrebbe denunciato pubblicamente la madre dell’indifferenza mostrata di fronte alla denuncia di molestie del suo patrigno, continuando a conviverci. Faccio un passo indietro. Sono nata nell’era analogica, ovvero nell’era dove se volevi sapere qualcosa di più su un argomento dovevi, se non avevi un’enciclopedia a casa, andare in biblioteca. Certamente la vita degli scrittori e degli artisti in genere, non era di esteso dominio pubblico come lo è oggi nell’era di internet. Si limitava alle poche righe che si leggevano sulla quarta di copertina o sul risvolto interno della sovraccoperta, si sapeva giusto il minimo indispensabile, ci si addentrava dentro l’opera con quel minimo di informazione e ci si lasciava sorprendere. Oggi è diverso, con internet e la rete dei social network la vita di tutti è di dominio pubblico, le notizie circolano e quando vengono alla luce fatti come quello che riguarda la Munro o in anni passati quello di Neruda accusato di aver abusato sessualmente di una donna, arrivano all’attenzione di tutti. Prima dell’avvento di internet non tutti sapevano quanto Dickens fosse un uomo senza pietà nei confronti di sua moglie, nessuno, leggendo Doris Lessing, sa che ha abbandonato due figli, o che Ted Hughes era un uomo violento o che il drammaturgo Arthur Miller ha rinchiuso in un istituto il figlio affetto dalla sindrome di Down. Cosa fare dunque in questi casi? Boicottare? Mettere al bando? Cancellare quei nomi? Svuotare gli scaffali delle biblioteche e delle librerie delle loro opere? Ci ho pensato tanto e sono arrivata alla conclusione che non avrebbe alcun senso logico agire in questo modo per un semplice fatto: siamo tutti esseri umani. La domanda che ricorre sovente in circostanze come queste è: ma com’è possibile che questi scrittori possano aver scritto delle opere di tanto valore letterario, di tale sensibilità ed essersi macchiati di tali crimini? Una domanda retorica, non pensi anche tu? Non sono quegli scrittori esseri umani come noi? Il bene e il male, come ci ha raccontato con struggente sofferenza Dostoevskij, e in seguito la psicoanalisi, non sono forse complementari dell’essere umano? È davvero così marcata la linea che separa il bene dal male? Forse è più sottile di quanto possiamo immaginare, lo dice anche Orlando nell’omonimo romanzo di Virginia Woolf. Nessuno è immune da azioni e comportamenti che spesso contrastano con i valori positivi della società in cui viviamo; l’ambiguità è una caratteristica della natura umana. Non esiste la coerenza così come la intendiamo, semplicemente perché conteniamo moltitudini e queste moltitudini non sempre vanno d’accordo tra loro, non sempre incarnano i valori condivisi da una società. Abbiamo paura dell’ambiguità e delle contraddizioni, ma sono organiche dell’essere umano, chi ignora questo è qualcuno che ha una mente chiusa. Allora cosa fare? Ad aiutarmi a trovare la risposta è stata la scrittrice Margaret Atwood che rispondendo alla sollecitazione di una giornalista, ha risposto che non si tratta di non leggere più o non pubblicare più, non studiare più le opere di questi autori, si tratta piuttosto di leggerli in modo diverso, tenendo conto di ciò che è accaduto. L’osservazione mi trova d’accordo, cancellare l’esistenza di un autore/autrice non può che allontanarci dalla nostra responsabilità di lettori e cittadini di una società civile che dobbiamo trovare un modo per mediare tra le diverse contraddizioni che si presentano alla nostra attenzione. Spero che queste mie riflessioni possano essere accolte con l’idea di continuare la conversazione, intanto mi piacerebbe condividere con te le parole di Italo Calvino “se alzi un muro, pensa a ciò che lasci fuori”, parole che troverai ne Il barone rampante. Spero che tu non lascerai mai fuori mondi e che aprendo un libro sentirai di stare edificando un ponte verso l’altro. 
Valentina Acava
Dipinto: San Domenico e gli albigesi, di Pedro Berruguete (circa 1450 - circa 1504). Museo del Prado, Madrid.