An oral ruttier is a long poem containing navigational instructions that sailors learned by heart and recited from memory. The poem contained the routes and tides, the stars, and maybe the taste and flavor of the waters, the coolness, the saltiness; all for finding one’s way at sea. Perhaps, too, the reflection and texture of the sea bed, also the sight of birds, the direction of their flight. Dionne Brand
Come frenare la schizofrenica paura dell’altro? La spasmodica difesa di confini e identità? Gli attacchi alla cultura e alle idee? Come contare i muri che ci dividono? Quanti sono i morti che piangiamo annientati da naufragi e guerre? La narrativa al riguardo manca spesso di originalità, bisogna ammetterlo. Serve un nuovo lessico, servono nuove metafore per rispondere a parole come odio, paura, divisione, esclusione, guerra.
L’immaginario su cui si sono fondate quelle promesse di un futuro fluido, accessibile a tutti, è sempre più fragile, fossilizzato in un sistema di pensiero binario che ancora oggi detta le regole di un gioco pericoloso dove la scacchiera-mondo contempla solo pezzi bianchi e neri, in una partita iniqua di esclusione e annientamento. Non possiamo non riconoscere che quando un immaginario perde forza, quando si indebolisce è perché è rimasto orfano di tutti gli immaginari possibili. Serve, dunque, un immaginario nuovo, o meglio, uno che li contenga tutti. E perché questo possa prendere forma ha bisogno di nuove metafore capaci di raccontare la relazione tra gli esseri umani, fatta di incontri e di scambi, di metamorfosi e nascite.
Abbiamo forse perso la capacità di immaginare? Guardando al grido che la nostra Terra fa innalzare ogni giorno da ogni parte, un grido di aiuto, una richiesta di attenzione e di comprensione, possiamo rispondere a questa domanda solo con una metafora perché le metafore non solo traducono la realtà, ma la rendono comprensibile.
Cosa significa pensare ad un nuovo immaginario? Significa guardare al mondo e a noi stessi da una prospettiva diversa, cambiare angolazione, postura. La storia del pensiero filosofico nel suo viaggio millenario mi ha offerto lo spunto per pensare ad un nuovo immaginario che nasce dall’idea di un mondo interconnesso, dove l’altro non rappresenta un’entità avulsa da noi, bensì parte di un Uno multiplo. Già i filosofi Gilles Deleuze e Félix Guattari avevano scelto, attingendo alla botanica, il rizoma per definire la connessione che intercorre tra tutti gli esseri umani al di là dei limiti spazio-temporali. Pianta dalle radici che si estendono orizzontalmente, anziché nella profondità del terreno, i rizomi si intrecciano dando vita a legami spontanei, imprevedibili, casuali. Tuttavia, sebbene il rizoma continui ad essere un modello di riferimento valido, ho voluto scegliere due metafore nuove per raccontare la relazione. In realtà si tratta di due metafore complementari, l’una non esiste senza l’altra: l’arcipelago e il mare.
Oggi il mare, dipendendo da quale punto sulla terra lo si consideri, è spesso sinonimo di dolore, disperazione, sofferenza, morte. Il mare inghiotte corpi perché abbiamo perso la capacità di immaginare, e perdendola abbiamo permesso che il mare anziché traghettare, navigare, viaggiare lasci una sola alternativa, quella di affondare, nel senso più ampio del termine.
Torniamo alle due metafore partendo dall’arcipelago. Nella Metafisica, Aristotele racconta che Talete, riconoscendo nell’acqua l’arché di tutte le cose, riteneva che la terra galleggiasse sul mare come una zattera. Sollecitata da questa immagine della terra galleggiante che indica un cambio di prospettiva radicale, ovvero dal punto di vista del mare, ho pensato di utilizzare tale metafora per dare a tutte le terre emerse, quindi, non solo alle isole che conosciamo come tali, ma anche ai continenti, la connotazione di isola come se facessero tutte parte di un unico grande arcipelago formato da isole grandi e piccole.
Immaginiamoci, dunque, noi tutti abitanti di un immenso arcipelago composto da tante isole, ciascuna con la propria autonomia e al tempo stesso parte di un Uno multiplo, la Terra, un po’ come se fosse una unica grande costellazione. Ogni costellazione è formata da tante stelle, nessuna è più importante delle altre, ciascuna brilla di luce propria eppure insieme, costituiscono un’unitarietà. Anche Queequeg, il marinaio del Pequod melvilliano, credeva che isole e stelle erano la stessa cosa, che il mare non era altro che la continuazione del cielo.
Similmente alle costellazioni, l’arcipelago, si comporta allo stesso modo, nessuna isola rappresenta il centro, tutte hanno pari importanza, indipendenti anelano ad essere parte di un tutto senza perdere la propria soggettività. Contrariamente alla modalità difensiva che adottano le società moderne in virtù di un’idea monolitica di identità da conservare, racchiudere, circoscrivere, definire secondo parametri di uniformità escludendo chiunque o qualunque cosa non rientri in essi, l’idea di arcipelago libero da confini mi è sembrata l’immagine perfetta per raccontarci in modo nuovo.
L’arcipelago in quanto entità composta da un plurale unitario, si avvale di un tessuto connettivo di tutto riguardo che tiene insieme tutte le isole che ne fanno parte, unendole e consentendole di entrare in contatto, di dialogare: il mare.
Il mare è pontos, attraversabile e in quanto tale e anche ponte che unisce e separa, è sempre in movimento, privo di strade e trazzere come leggiamo nel racconto di Sciascia “Il lungo viaggio”, erroneamente infecondo perché sono le isole a renderlo fertile.
Il mare-ponte ha natura Gianica. È proprio il dio romano a presiedere i ponti, anche questo dunque, dividendo e unendo il prima e il dopo, il qui e il là, quello che è stato e quello che non è ancora. Archeggia sospeso nell’ignoto per unire, per allungare la mano verso il distante, l’altro, il nuovo. È carico di possibilità.
Nel suo essere ponte, il mare è pertanto testo poiché traghetta conoscenze, idee, civiltà, intelligenze, come scrive Alberto Savinio. Ma è anche lingua. Il mare-lingua che contiene tutte le lingue del mondo. Questa enorme massa equorea sulla quale galleggiamo, cambia nome continuamente a seconda della sponda verso la quale ci si avvicina o dalla quale ci si allontana, fedele alla sua natura metamorfica: bahari, mer, mare, sea, zee, samudra, mar, bahr, okun, moana, thalassa, pelagos, umi, putrangka e in virtù dei suoi nomi anche il testo che esso rappresenta è intessuto di altri testi. Un testo ibrido fatto di lingue diverse nutrito da immaginari diversi. E cos’è l’ibridismo se non il risultato di una mescolanza, più precisamente di un incontro tra realtà che, come direbbe il filosofo Édouard Glissant, cambiano scambiandosi generando il nuovo?
Sono le storie, le narrazioni di cui gli esseri umani sono portatori, lo strumento primigenio della relazione che definisce il modo in cui ci leghiamo da sempre.
Il grande mare-testo rifiuta ogni idea di autenticità e assolutezza, non è custode né rivelatore di una storia unica, ma di una moltitudine. Il mare privo di un’identità fissa, si plasma e muta costantemente nel movimento. Persino Palomar, il personaggio alter ego di Italo Calvino, nel suo tentativo di cogliere un’onda per raccontare il mare, fallisce perché il mare è multiplo, non può essere ridotto ad una sola onda. Allo stesso modo, come possiamo tentare di raccontarci senza gli altri?
Per comprendere appieno questo immenso testo mobile, incostante e plurale occorre navigarlo, metaforicamente navigare il mare-testo significa aprirsi all’incontro che l’ignoto riserva all’Io viaggiatore.
L’idea di Terzo Spazio formulata da Homi Bhabha, ci esorta a ripensare al mare come allo spazio dell’attraversamento, dell’inbetweenness, quello interstiziale, per natura ambiguo e ibrido dove le identità si incontrano, si creano e dove soggettività e oggettività, l’astratto e il concreto, il reale e l’immaginato convivono nello spazio della possibilità. Il mare ci permette un viaggio meta-testuale, che va oltre il noto esortandoci a decostruire quel sistema di opposizioni che il pensiero binario reitera per limitare la possibilità di un dialogo transculturale mirato alla creazione di una “cittadinanza terrestre”. La variabilità del mare-testo plurale è per eccellenza luogo di contraddizioni che secondo il filosofo Derrida non vanno affatto risolte ma al contrario esaltate in un rapporto dialettico, in un flusso trasformativo non fondato sul privilegio di un’idea su un’altra bensì su ciò che il loro opporsi può generare. Del resto è proprio nei punti di rottura che si nasconde l’apertura all’alterità.
Sono le storie, più dei confini, ieri come oggi, che hanno reso e rendono possibile l’orientamento nel grande mare-testo. A ricordarcelo, sono i navigatori stessi, che utilizzano le storie come delle vere e proprie carte nautiche che permettono incontri, navigabilità e approdi. Delle coste dell’Africa Orientale e della Penisola Arabica. Da Ibn Majid a Haji Gora Haji, in un arco temporale di oltre 800 anni, chi si apprestava a navigare sull’Oceano Indiano, le poesie sono state le mappe a indicare le rotte di navigazione, quasi fosse la storia del mare e non le sue coordinate a stabilirne la navigabilità.
Ancora oggi lungo le coste della Tanzania e del Kenya, da Zanzibar a Lamu, per ben oltre 2300 chilometri, i naviganti che solcano le rotte dello Swahili Sea (l’Oceano Indiano come viene chiamato sulle coste dell’Africa Orientale), utilizzano le poem maps, vere e proprie poesie che evocate, consentono la navigazione.
Il poeta, pescatore e navigatore Haji Gora Haji, attraverso le sue poesie, mostra chiaramente come sia possibile conoscere le vie del mare in modo del tutto diverso da quello indicato dalle carte convenzionalmente note. Non serve conoscere la rotta se non si conosce il mare, la rotta la determina il mare con le sue infinite variabili, non la mano dell’uomo che tratteggiando un disegno la fissa ad un pezzo di carta condannandola all’invariabilità.
Non dissimile l’esperienza del popolo Matadi che naviga il fiume Congo grazie alle sing a boat, canti che evocano gli spiriti del fiume capaci di placarne le acque, attraverso ritualità sonore, permettendo di percorrerle. Ad altre latitudini Mau Pialug, navigatore originario della Micronesia ha perfezionato, in tempi non lontani, l’arte della navigazione senza utilizzare strumenti moderni, ma solo la tecnologia delle storie che il mare stesso gli rivelava.
Le storie servono a navigare, ci tengono a galla quando tutto il resto sembra buttarci giù. Perché dunque, oggi non prendere spunto da questa metafora del mare ponte, mare-testo come un’occasione di incontro dove ogni soggettività ha pari importanza? Se il mare è un grande testo plurilingue ricco di immaginari, se esso è ponte perché non renderlo percorribile a tutti? Eliminare le frontiere che si abbattono sulle vite di chi quel mare-testo intendono navigarlo.
Il mare è immenso, un Aleph dove tutti i mondi possibili sono presenti, uno spazio comune mai completamente risolto e comprensibile. Testo navigabile, sempre in movimento come i verbi che ne imitano la desinenza “are”, prima declinazione dei verbi all’infinito che indicano appunto movimento: navigare, traghettare, nuotare, andare, arrivare, tornare, emigrare, viaggiare, transitare, approdare, galleggiare, attraversare. Ma nel mare è anche il verbo naufragare. Si perché in quanto “terra” incognita, in quanto testo che richiede traduzione ci pone di fronte ad un rischio, quello del naufragio. Ma come leggere il naufragio dentro la metafora del mare-testo? Il naufragio nelle nostre società governate da un ossessivo atteggiamento conservatore, è dato dalla paura dell’altro. L’altro rappresenta una minaccia alla nostra stabilità, l’altro turba le nostre convinzioni, l’altro ci mette alla prova dovendo confrontarci con idee, immaginari, lingue, culture diverse.
Ci troviamo improvvisamente incapaci di nuotare nella vastità del mare-testo eppure Platone sosteneva che è solo quando siamo in mare che impariamo a nuotare. Impariamo a nuotare verso l’altro solo percoorendo le acque di quel mare/pontos aprendoci al contatto, alla relazione, costruendo legami, disfandoci di quei lestrigoni e ciclopi di cui parla il poeta Kavafis nella sua poesia “Itaca”, dove le creature mostruose possono essere lette come sinonimo di paura e diffidenza. Non è quello il bagaglio che dobbiamo portarci nel viaggio della vita, un bagaglio troppo pesante perché genera separazione, divisione, esclusione e se una sola isola dell’arcipelago viene messa da parte, dimenticata, l’intero arcipelago ne risentirà venendo meno la crescita comune e condivisa.
Il grande mare-testo ci chiede di correre il rischio. Incontrare l’altro significa uscire dai propri confini, gettare ponti, traghettarci con le nostre storie verso l’ignoto. Contro i naufragi che inghiottono migliaia di vite umane, contro le guerre che annientano, contro gli estremismi che escludono, dobbiamo imparare a nuotare.
©Valentina Acava | estratto da: Immaginare l’Arcipelago